Vi segnalo questo articolo su donne e maternità, donne e politica, ipocrisia
della politica, arretratezza sociale…. Sconfortante.
L'Unità 15 maggio 2010 di Emanuela Valentetutti
Non ero una velina e non ho fatto carriera orizzontale: quando sono entrata in Parlamento l’ho fatto, per così dire, sulle mie sole gambe. Mi ero allenata anni: la laurea in Scienze Politiche, il volontariato negli uffici stampa delle ong, poi i primi lavoretti, collaborazioni giornalistiche e piccole rubriche online. Un onorevole mi aveva notata. Non per le mie gambe né per la mia aria svampita: mi aveva notata perché ero brava, e lui aveva bisogno di una persona come me. Mi ha proposto un contratto a tempo indeterminato, e io ho accettato. Mi piaceva il mio lavoro, sprofondavo ogni mattina nella lettura dei bollettini di Camera e Senato, telefonavo e incontravo dirigenti e responsabili, scrivevo le interrogazioni che poi l’onorevole presentava in Aula.
Mi sentivo soddisfatta. Non credevo, o non volevo e non potevo credere, che un figlio potesse incidere tanto sul mio lavoro. Sette anni di esperienza, di crescita personale e professionale non possono (non dovrebbero) essere cancellati da un test di gravidanza. Una professionalità, la dedizione al lavoro, sette anni di corse la mattina e straordinari la sera, a volte la rinuncia alle vacanze, non possono (non dovrebbero) essere annullati dalla necessità di restare a casa qualche mese. Una persona non può (non dovrebbe) essere considerata socialmente morta come se, oltre che metaforicamente, donasse realmente la vita. Così mi sono sentita quando sono rientrata in ufficio.
Ero stata presente fino a quattro mesi prima, nonostante problemi di salute e la richiesta del ginecologo di restare a casa, e rientravo il giorno stesso in cui il mio bambino compiva il terzo mese. Lo lasciavo a casa con una babysitter sconosciuta, cui affidavo neonato e chiavi dell’appartamento e a cui devolvevo pari pari il mio stipendio. Al nido comunale non avevo diritto, per quello privato ero in lista d’attesa (non li prendono prima dei 6 mesi). Rientro e trovo la ragazza che io stessa avevo scelto per sostituirmi, seduta alla mia scrivania. Non c’è che dire, ha afferrato al volo il concetto “sostituzione”. Mi ritrovo in breve a fare le fotocopie, un giorno mi viene chiesto di ritirare in lavanderia il cappotto della moglie dell’onorevole. Piango ogni sera, ma sono ancora convinta di poter riguadagnare il mio posto, nonostante gli sguardi di rimprovero e nessun saluto ogni qualvolta decido di uscire due ore prima per usufruire del mio diritto di allattamento.
Mi convinco io stessa di essere in depressione post partum e proseguo imperterrita a fare fotocopie, qualche volta a colori. Fino a quando non annuncio di essere di nuovo incinta. Licenziata. Contratto a tempo indeterminato? Tutta la mia bravura e professionalità avevano una terribile falla: in sette anni di lobby e traffici dentro e attorno al Parlamento non mi ero soffermata un attimo a riflettere che, per quanto brava, non facevo parte della casta.
Trovo un altro datore di lavoro, diversa parte politica. Mi propongono di organizzare un convegno politicamente trasversale per discutere il problema donne e lavoro. Le promotrici sono tutte donne senza figli, vedo che non ne capiscono granché ma apprezzo l’impegno e l’altruismo. Grande successo, un appello sul web firmato pure dalla Littizetto. Brava, mi elogiano. Ho lavorato anche da casa, dopo aver fatto il bagnetto e messo a letto i miei piccoli. Penso che in fondo questo paese ha ancora una speranza. «Siamo molto contenti» mi dicono i responsabili «ma sai qui noi abbiamo esigenze particolari, la domenica si fanno i banchetti per la raccolta firme e non esiste neppure il Natale.
Non è un posto di lavoro adatto per chi ha una famiglia, purtroppo è una scelta». «Scusate, ma allora il convegno, tutte quelle storie sul garantire stesse opportunità alle donne?». Beh, quello vale in altri posti di lavoro, non qui al partito. Ah. Mi chiedo perché a mio marito, padre dei miei stessi due figli, non abbiano mai fatto questo discorso. Mi chiedo cosa direbbe la Littizzetto se venisse a sapere che le hanno fatto firmare un appello ingannevole. Mi chiedo anche perché nello stesso partito c’è un condannato che ha diritto a farsi cascare la penna ogni giorno alle 5 per correre a casa in tempo per farsi trovare dalla pattuglia che controlla i suoi arresti domiciliari.
Per la gente che fa lavori normali, ha parenti normali e vorrebbe una vita normale, non c’è garanzia. Per una donna il rispetto dei propri diritti (o anche solo un generico rispetto, di questi tempi) non è più neanche un diritto e neppure una conquista, ma una rarissima magnanima elargizione di cui essere riconoscente. La ragazza che ha preso il mio posto quasi si scusa, mi dice che le dispiace. Non sono una femminista, una post femminista o l’aspirante mamma degli otto fratelli Bradford. Sono solo una donna che ha studiato le leggi e ha imparato che ci sono dei diritti e dei doveri, andrebbero rispettati.
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